domenica 25 dicembre 2011

Horror.it Speciale Horror Natale: "Racconti Dalla Tomba" (1972)


nel nostro Speciale Horror Natale:

www.horror.it/a/category/cinema/speciale-natale-2/


 
Racconti Dalla Tomba (1972)

Infonde una certa nostalgia questa gran bella pellicola a episodi, diretta da Freddie Francis e prodotta dalla britannica Amicus; ce ne fossero ancora, di film godibili come questo, quei film che ti fanno esclamare “già finito?” davanti alla parola “The End”.  La casa produttrice inglese veniva talvolta confusa con la più celebre Hammer per la comunanza sia di soluzioni stilistiche che di attori  (Christopher Lee e Peter Cushing in primis) ma diversa dalla più facoltosa connazionale per la scelta di ambientare le proprie produzioni non in un passato dal sapore fortemente gotico bensì nell’ epoca presente, a causa di ovvi motivi di budget. La Amicus si specializzò in antologie di questo tipo, film di puro intrattenimento ma di ottima qualità e dai brividi garantiti. Un remake di questa pellicola era nelle menti di George Romero e Stephen King che rielaborarono il progetto dando vita a “Creepshow”, film che resta per molti versi simile al suo ispiratore.
“Racconti Dalla Tomba” (“Tales From The Crypt”) si presenta, a partire dal titolo, come trasposizione cinematografica dei leggendari fumetti della EC Comics; in realtà, soltanto due episodi provengono da quelle pagine ( “Reflection Of Death” e “Blind Alleys”). Il primo segmento (“…And All Through The House”) è invece creatura appartenente ad altre strisce orrorifiche di culto, ossia “Vault Of Horror”, mentre “Poetic Justice” e “Wish You Were Here” videro la luce sul bimestrale “The Haunt Of Fear”, sempre stampato dalla EC.
Un adattamento fumettistico realizzato ad arte da Freddie Francis, ottimo regista ed accalamato direttore della fotografia (ricordiamo, su tutti, il suo splendido lavoro per “The Elephant Man”), sul quale troneggia l’ immancabile Crypt Keeper, che qui presenta fattezze umane, a differenza dell’ amatissimo Zio Tibia, padrone di casa, anzi, di cripta, dell’ indimenticabile serie televisiva ( e Zio Tibia altri non è che l’ adattamento italico del nome Crypt Keeper).
Cinque episodi per altrettanti personaggi che durante una visita guidata nei meandri di una cripta, si perdono, finendo al cospetto del misterioso e tetro guardiano , che li invita a rimanere e comincia ad interpellarli, partendo da Joanne (una Joan Collins fortunatamente ancora lontana dai flagelli di “Dynasty” ), protagonista del primo segmento del film, l’ unico ad ambientazione natalizia, “…And All Through The House”: la donna uccide il marito, mentre la radio diffonde la notizia della fuga di un pericoloso psicopatico. Un uomo travestito da Babbo Natale si aggira intorno alla casa, ed il finale è facilmente intuibile, ma un “twist” imprevisto lo rende più gustoso. Questo è forse il capitolo più debole dell ‘intera pellicola, ben realizzato, con le ottime intuizioni registiche tipiche di Francis, che amava anticipare prima di mostrare, suggerire in quanto antipasto dello svelamento dell’ orrore, ma dal plot molto semplice e un po’ scontato. La messa in scena è comunque godibile, nel contrasto tra orrore e ambientazione festosa, reso ancora più stridente dalle incessanti musiche natalizie, a sottolineare la fondamentale ironia del racconto.
Il Custode, con ogni episodio, sta mostrando ai personaggi ciò che avrebbero commesso se non si fossero persi in quei meandri, elevandosi a giudice delle loro non troppo edificanti azioni.
Come seconda portata, gustiamo “Reflection Of Death”, già più prelibata della precedente: il marito fedifrago Carl (Ian Hendry) è in fuga con l’ amante Susan. Un terribile incidente si rivelerà essere solo un semplice incubo, ma ovviamente non è mai detta l’ ultima parola…Un’ idea assai semplice ma ben congegnata, nel classico schema di fusione tra sogno e realtà. L’ ipocrisia ed il tradimento di Carl sono i “peccati” che il severo guardiano giudica, puntando il dito. La sequenza dell’ incidente è girata ad arte, nel suo essere alienante e quasi onirica, e buona parte dell’ episodio ci mostra una visione in soggettiva, che mette in scena le reazioni dei personaggi, prima di rendere manifesto il volto di chi guarda. Ancora una volta, il terrore corre sul filo dell’ anticipazione, quasi un macabro indovinello per lo spettatore che sente la tensione crescere, a braccetto con un’ irrefrenabile curiosità.
Col terzo personaggio, si arriva a quello che è probabilmente il miglior segmento del film, ossia “Poetic Justice”: il giovane e benestante James (Robin Phillips), malsopporta il suo dirimpettaio, l’anziano spazzino Arthur Edward Grimsdyke (un superlativo Peter Cushing) ; non tollera la sua casa povera, il suo lavoro troppo vicino alla sporcizia, i bambini che vanno a fargli visita, i suoi cani. Un odio motivato solo dalla crudeltà e dalla disparità di classe, verso una persona tranquilla e di indole buona. Il giovane comincia così il suo metodico lavoro di distruzione della vita dell’ uomo, peraltro già pesantemente segnato dalla perdita della moglie, con la quale comunica tramite una tavola Ouija: dal licenziamento all’ allontamento dei bambini in un crescendo di cattiveria che spingerà Grimsdyke al suicidio. Arriverà la ben meritata vendetta, in un finale che colpisce, letteralmente, al cuore. Graziato dalla recitazione di Cushing e forte di un soggetto non banale, questo episodio coinvolge in maniera profonda, facendo crescere la rabbia verso il diabolico James, che si scioglierà in un’ appagante catarsi finale. Vendetta che è vera e propria Giustizia dunque, ed è esattamente da quest’ ultima che sono animate le intenzioni del Custode, il quale procede al quarto “imputato”, con il bel “Wish You Were Here”: Ralph (Richard Greene) è un uomo d’affari sull’ orlo della bancarotta; nella loro lussuosa casa, la moglie Enid riscopre una statuetta comprata durante uno dei loro numerosi viaggi, notandone, per la prima volta, l’iscrizione sulla base: saranno esauditi tre desideri ma si dovrà prestare molta attenzione a ciò che si chiederà. Gli esiti saranno ovviamente funesti. Altro eccellente capitolo, dotato di una forte vena ironica, la quale peraltro pervade l’ intero film, autocitazionista negli aperti riferimenti al breve racconto horror “La Zampa Di Scimmia” (The Monkey’s Paw) di William Wymark Jacobs, che ispirò il plot del fumetto.
Si giunge così al quinto, ed ultimo, episodio del film, “Blind Alleys”, altro piccolo gioiello insieme a “Poetic Justice”, col quale condivide la tematica dell ‘ingiustizia verso il debole: il Maggiore Rogers (un efficace Nigel Patrick) viene incaricato di dirigere un istituto per ciechi. Uomo egoista ed incapace di empatia, ignora qualsiasi richiesta degli ospiti, i quali domandano solo il minimo indispensabile trovando voce nel battagliero George (il bravo caratterista Patrick Magee): anche in questo caso, Giustizia e Vendetta si fondono in una soluzione geniale sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. L’ ottimo plot del fumetto trova dunque, anch’ esso, giustizia in una messa in scena originale, dai toni disturbanti e con una forte carica emotiva. La sequenza del corridoio con le pareti costellate di lamette resta uno dei punti più alti dell’ intera pellicola, la quale segue un andamento crescente, partendo da un primo episodio non troppo brillante fino a momenti realmente memorabili.
Si tornerà nella cripta e vi sarà, come Giustizia vuole, la resa dei conti e lo svelamento dell’ intenzione del Custode, con un finale che non delude e resta all’ altezza dell ‘intera narrazione.
Un classico, da vedere e rivedere, trasposizione filmica di un fumetto dalla quale il cinema odierno, saturo di patinati supereroi dalle passate glorie cartacee e ora relegati in storie per lo più inesistenti ed obese di effetti speciali, avrebbe davvero molto da imparare.

Chiara Pani
(araknex@email.it)


Titolo Originale: Tales From The Crypt
Uk/USA - 1972
Regia: Freddie Francis




Horror.it Speciale Horror Natale: "Black Christmas" (1974)



pubblicata su Horror.it:


nel nostro Speciale Horror Natale:

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Black Christmas (1974)

Questa bella pellicola di Bob Clark, di cui ricordiamo l ‘inquietante  “La Morte Dietro La Porta”, anch’ esso targato 1974, è da considerarsi a tutti gli effetti non solo uno dei prototipi dello slasher così come lo conosciamo ma anche il precursore di molti film successivi: impossibile, infatti, non pensare all “Halloween” di Carpenter (1980) ma soprattutto a Dario Argento, nelle soluzioni visive, in alcuni passaggi narrativi, nell’ uso dei suoni e delle voci ed in intere sequenze che sembrano prese di peso dai primi film del regista romano. Vista la coincidenza cronologica delle opere, è difficile dire chi abbia copiato chi, anche se in “Profondo Rosso”, realizzato nell’ anno successivo, c’è davvero molto di questo  Black Christmas (e qualche traccia la si nota anche in “Suspiria”, 1977). D’ altro canto, lo stile di Argento era già riconoscibile a partire dalla sua prima pellicola, “L’ Uccello dalle Piume di Cristallo”, datata 1970, dunque ci si trova davanti al classico dilemma se sia nato prima l’ uovo o la gallina. E’ curioso comunque notare che il personaggio dell’ assassino/ombra sia stato interpretato, in alternanza con un altro attore, dallo stesso Clark, ed entrambi abbiano anche prestato le loro voci per i monologhi telefonici, dunque,un’ altra, seppur minore, similitudine con le opere di Argento.
Con Carpenter si va su lidi più sicuri, visto che si parla del 1980 e nel film di Clark abbiamo un killer in perenne soggettiva, accompagnata da un pesante respiro; inoltre, alcune idee a livello di messa in scena a narrazione sarnno presenti nel capolavoro del regista statunitense.  L’ intero filone slasher è, come si diceva, fortemente debitore verso quest’ opera, per quanto essa si differenzi notevolmente, a livello di profondità narrativa e caratterizzazione dei personaggi, dalla maggioranza delle successive produzioni “bodycount” ; la casa delle studentesse, la classica “sorority” americana, per intenderci, l’ uccidere senza movente ed in maniera seriale, la modalità brutale degli omicidi, le allusioni sessuali, e la già citata soggettiva dell’ assassino sono tutte caratteristiche presenti in Black Christmas, mescolate alla già citate soluzioni tipicamente argentiane ma soprattutto ad una propria originalità. Prototipo, modello, forse ispirato da un certo cinema ma di certo non copia o clone, il film resta un capitolo a sé stante nell’ horror della prima metà degli anni ’70, nel suo puntare più sulle atmosfere, sulle suggestioni, sull’ uso del suono e sulla minaccia invisibile e incombente piuttosto che sul mostrare tout-court oppure sul gore, a dispetto del brutto titolo italiano, “Un Natale Rosso Sangue”. Di plasma, infatti, ne vediamo ben poco ma è proprio ciò che viene lasciato fuori dal nostro sguardo ad inquietarci, ad instillare una tensione persistente, che non ci abbandona nemmeno a film terminato.
La storia si svolge durante la notte di Natale, in una casa studentesca per ragazze, sotto la bonaria sorveglianza dell’ eccentrica Mrs Mac (Marian Waldman), personaggio interessante, estroverso e malinconico al tempo stesso, che annega la sua sostanziale solitudine in furtive sorsate di cherry. Fin dall’ inizio del fim, tramite la soggettiva ed il respiro, si manifesta la presenza/assenza del maniaco, che fisicamente si muove in quei luoghi ma che non è quasi mai mostrato in terza persona, se non in pochissimi momenti della narrazione. Dunque, più vicino ad un’ entità che ad un essere in carne ed ossa, lontano anni luce dalla massiccia fisicità di un Jason o di un Michael Myers. Egli è fortemente presente con la voce, anzi, le molteplici e schizofreniche voci con le quali perseguita telefonicamente le ragazze, passando dagli insulti ai deliri, dal tono gutturale al falsetto, in monologhi genuinamente disturbanti ed efficaci.  La minaccia viene in un primo momento sottovalutata e presa come uno scherzo, soprattutto da Barb (l’ ottima Margot Kidder, che ritroveremo protagonista di "Amityville Horror" e, molti anni più tardi, in un ruolo secondario in “Halloween II” di Rob Zombie), personaggio disinibito, sfrontato, trasgressivo, il cui omicidio nel film rappresenta forse la sequenza in assoluto più vicina al cinema di Argento: l’inquadratura dell’ occhio dell ‘assassino in penombra, il montaggio che alterna la scena di morte a quella di un coro natalizio di bambini, l’ uso della voce, i movimenti di macchina e soprattutto gli animaletti di cristallo in primissimo piano, sui quali schizza il sangue della vittima. Tutto ciò rimanda in modo assai evidente a quelle soluzioni visive che sono ormai diventate un marchio di fabbrica.
Ogni ragazza è un mondo a sé e lo studio sui personaggi è compiuto in modo accurato e non superficiale: l’indipendente e riflessiva  Jess (una giovanissima Olivia Hussey) si ritroverà a diventare protagonista nel corso del racconto, coraggiosa e un po’ incosciente eroina che apre la strada non solo alle successive Nancy Thompson e Laurie Strode ma anche alle virginali icone argentiane quali Jennifer Connelly e Jessica Harper. Restando in tema di rimandi, impossibile non notare la presenza di John Saxon, il padre di Nancy in “Nightmare”, anche qui nel ruolo del tutore dell’ ordine.
Il terrore comincia a rendersi manifesto con scomparsa di Clare (Lynne Griffin), dapprima minimizzata come una scappatella, per poi assumere toni più realisticamente drammativi in seguito alla sparizione di una tredicenne, e conseguente ritrovamento del suo cadavere. In realtà, Clare è assai vicina a tutte loro: il suo corpo è in soffitta, con la testa avvolta nel cellophane che l’ha soffocata, su di una sedia a dondolo che il killer si diverte a cullare. Le protagoniste, compresa Mrs Mac, cominciano a sfoltirsi sotto l’ implacabile mano del maniaco omicida, lasciando dunque Jess al centro della scena e alle prese con un pesante sospetto nei confronti del proprio fidanzato, il nevrotico Peter (Keir Dullea, che ricordiamo come protagonista/accessorio in un film di quasi totale azzeramento recitativo quale è  “2001: Odissea Nello Spazio”).
La pellicola si chiude in modo meno prevedibile e scontato di quanto possa apparire a primo acchito, con una sorta di “doppio finale”, ambiguo ed aperto.
La messa in scena è pervasa da una tensione costante, suspense allo stato puro, e da una vena di humor nero non demenziale che la rende ancora più unica nel suo genere; alcune sequenze sono sinceramente memorabili (il già citato omicidio di Barb ma anche la scena finale), e il killer come minaccia apparentemente impalpabile ma proprio per questo ancor più pericolosa, è trovata geniale e resa in modo assolutamente efficace. L’ uso del suono è fondamentale, anche nel disturbante score ad opera di Shirley Walker, e la fotografia cupa dona un grosso contributo all’ atmosfera tetra del narrato. Il plot presenta tuttavia alcune incoerenze, con qualche caduta e sfilacciamenti della trama che rendono la narrazione a tratti poco convincente. Nonostante questo, Black Christmas rimane un gioiello del genere orrorifico, storpiato da un inutile remake del 2006, che si spera abbia almeno contribuito a far ricordare il film originale, quel “Nero Natale” diventato “Rosso” per il pubblico italiano ma che proprio nel funereo non-colore trova la propria anima pulsante.

Chiara Pani
(araknex@email.it)






Black Christmas
Canada - 1974
Regia: Bob Clark

martedì 13 dicembre 2011

To Horror Film Fest XI edizione: The Hounds

pubblicata anche su Nocturno.it:

http://www.nocturno.it/recensioni/the-hounds 

 

The Hounds



 
Film interessante questo The Hounds, girato in Gran Bretagna e firmato da due registi italiani, Maurizio e Roberto Del Piccolo, anche sceneggiatori e produttori della pellicola tramite la loro casa indipendente Moviedel Productions; presentato all’ undicesima edizione del To Horror Film Fest, dove si è meritato una menzione speciale per il coraggio e la determinazione nell’ essere realizzato, il film è attualmente visibile online sul sito ufficiale.

The Hounds presenta due percorsi narrativi che finiranno con l’ intrecciarsi, in un finale non del tutto a sorpresa, poiché intuibile da vari indizi disseminati nel film, ma comunque ottima chiusa di una narrazione tesissima, forte di una sceneggiatura ben realizzata e non basata sull’ approssimazione.La regia è notevole e mostra un’ abilità non comune nel gestire il ritmo, che cambia sovente, passando da sequenze lunghe a flash brevissimi: ciò spiazza lo spettatore e mantiene sempre alta la tensione, caratteristica predominante nel film e gestita ad arte. Tensione che cresce in modo quasi impercettibile, per poi esplodere, catarticamente, in un registro che mescola l’orrorifico al drammatico in modo efficace. Il bosco, teatro del terrificante weekend dei quattro personaggi, è ambientazione claustrofobica che riesce ad affrancarsi dal solito clichè alla The Blair Witch Project; alcune trovate non sono originalissime e il finale è, come si diceva, prevedibile, forse volutamente; in ogni caso, le idee buone predominano: assai interessante l’ approccio al tema del “doppelganger”, il gemello maligno, che qui assume caratteristiche particolarmente inquietanti. Restano impressi i flash allucinatori dei protagonisti così come gli indizi/messaggi disseminati nel film, tasselli di un puzzle che prenderà forma nella parte finale. Si riesce ad uscire dai canoni dell’horror tradizionale, con un risultato peculiare e a tratti sinceramente disturbante; a tutto ciò si unisce un perenne senso di spaesamento e disorientamento che contagia lo spettatore, al quale non si dà tregua. Buoni gli attori, tutti britannici, ottima la fotografia, soprattutto nelle scene notturne nel bosco; assai interessante il lavoro sul suono, componente fondamentale della pellicola, e sulla colonna sonora, perfetta fusione tra il pop-rock degli House Of Noises e lo score classico, e inquietante, firmato da Pierluigi Pietroniro, già collaboratore di Morricone

Un’ ottima sorpresa ad opera di due filmmakers indipendenti che ci regalano un film capace di osare sul serio, in modo coraggioso ed innovativo, e nel quale si mostra un’abilità tecnica non comune ed usata in maniera particolare. Da tenere d’ occhio.

Chiara Pani
(araknex@email.it)

Il film è visionabile qui:



The Hounds
GB - 2011
Regia: Maurizio e Roberto Del Piccolo




To Horror Film Fest XI edizione: Morituris


pubblicata anche su Nocturno.it:

http://www.nocturno.it/recensioni/morituris

Morituris


Segna una svolta nell’horror italiano Morituris, opera prima del regista Raffaele Picchio che al recente ToHorror Film Festival si è guadagnato il Premio speciale Anna Mondelli per il miglior giovane talento. Con pieno merito. Un film che sconvolge, affascina, sorprende. Un pugno nello stomaco che gli appassionati di horror attendevano da troppo tempo. Dai gloriosi anni ’70 il nostro cinema di genere non era così coraggioso, sporco, sincero e di grande bellezza. Proprio da quel cinema, Morituris prende ispirazione, omaggiandolo di cuore (su tutti: L’ultimo treno della notte, di Aldo Lado), è da lì che parte per spiccare il volo in maniera autonoma, originale, anarchica. La prima parte del film, si ispira al fatto di cronaca nera tristemente noto come “il massacro del Circeo”: anche qui, abbiamo tre giovani della buona borghesia, che per puro, sadico divertimento, stuprano e seviziano due ragazze di ceto medio. Violenza anche classista dunque, ma non solo. La parte del film che vede torturatori e torturate nel bosco è durissima, ma non vi è autocompiacimento: nello spettatore cresce la rabbia, il senso di impotenza, il disgusto. Fin dall’inizio, dal viaggio in auto apparentemente spensierato, si percepisce qualcosa di perturbante, un pericolo incombente, un qualcosa che non torna. La figura di Jacques (interpretato da Francesco Malcom), col quale gli aguzzini comunicano telefonicamente mentre lui è in un lussuoso attico, è capo carismatico di una ciurma violenta e sostanzialmente idiota. Nel buio del bosco, riprese in soggettiva, virate in rosso e al ritmo di un pesante respiro, ci suggeriscono che qualcuno, o qualcosa, osserva predatori e prede. La vendetta arriva: dapprima a piccole dosi, poi scatenata in tutta la sua furia. Ha il volto non mostrato di cinque gladiatori venuti dall’aldilà, i ribelli di Spartaco, non-morti che tornano in nome di Nemesis, preannunciati da lapidi che portano la scritta “Hic Sunt Leones” e da iscrizioni in latino incomprensibili per i non troppo acculturati torturatori. Gladiatori, schiavi, contro l’alta borghesia, ma la vendetta non risparmia neanche le due ragazze, le vittime sacrificali, che dal primo incubo si ritrovano precipitate nel secondo, ancora più allucinante, poiché non sanno dargli un nome. E nome non hanno neppure loro, i protagonisti, tutti indicati come Morituris nei credits finali e differenziati soltanto da numeri: una spersonalizzazione completa, una disumanizzazione di vittime e carnefici. I fieri gladiatori hanno invece un nome proprio: dunque, chi sono i veri mostri?
La crudeltà dei giovani non ha scusanti, né giustificazioni; la violenza dei lottatori non-morti è, al contrario, non dettata da sadismo, ma semplicemente dal desiderio di ottenere, dopo secoli, la Nemesis che loro adorano e davanti alla cui statua mostrano fieri le teste decapitate delle loro vittime, che poco prima erano carnefici.
La regia di Picchio è sorprendente, la fotografia ad opera di Daniele Poli è magnifica, la sceneggiatura di Gianluigi Perrone è solida, intelligente anche nei dialoghi, mai scontati. Assai belle le musiche, ad opera di Riccardo Fassone: solenni, sottolineano degnamente le scene più intense e cariche del film. Film che ci regala scene memorabili: per citarne una, la sequenza dello stupro compiuto per mezzo di un paio di forbici; girata in modo magistrale, si fa forte del non visto che la rende ancora più disturbante, degli sguardi di vittima e carnefice, dell’ urlo straziante della ragazza affiancato da un suono extradiegetico sordo, che taglia i timpani. E memorabili sono le uccisioni da parte dei gladiatori, graziate da movimenti di macchina perfetti.
Un film dunque, che segna un punto di rottura nella produzione horror odierna, un ritorno a ciò che eravamo ma imbevuto di qualcosa di nuovo, un urlo di coraggio nel silenzio di un piattume al quale non ci siamo mai rassegnati.

Hic Siti Morituris Servi Nemesis

Chiara Pani 

(araknex@email.it) 


 



Morituris
Italia - 2011
Regia: Raffaele Picchio


lunedì 12 dicembre 2011

Due nuove recensioni dal 29° TFF su un blog amico

Ho contribuito ad un'eccellente report sul recente Torino Film Festival su questo blog amico,che vi  invito a seguire:
 
http://ultimospettacolocine.blogspot.com/

potete leggermi con Attack The Block e A Confession/Gangjeung

mercoledì 7 dicembre 2011

29 ° Torino Film Festival:Twixt (2011)

pubblicata anche su Horror.it:


 
Twixt (2011)

Solo una parola può descrivere la sensazione che si prova dopo aver visto l’ ultimo film del grande Francis Ford Coppola, per il quale ovviamente non sono necessarie presentazioni, o ritrite lodi riguardo ai capolavori che ci ha regalato in passato: delusione, cocente delusione.
I recenti  lavori del regista italo-americano non sono stati esattamente delle punte di grande cinema, a partire dall’ esile “Jack” (1996) e passando per “Un’ altra giovinezza” (2007): anche i più grandi possono perdere smalto, nel corso degli anni, anche chi ha concepito un’ opera come “Apocalypse Now”, ovviamente può sbagliare. 

Tra le sue primissime opere troviamo un film come “Dementia 13” (1963), un horror che già mostrava i lampi di quel genio che sarebbe esploso qualche anno più tardi. Il suo “Bram Stoker’s Dracula” (1992), film amatissimo da chi scrive, esce dai confini del genere per espandersi in un capolavoro visionario, magniloquente, barocco, immenso.
Era dunque lecito nutrire qualche aspettativa nei confronti di questo “Twixt”, che viene presentato come thriller orrorifico ma che ha ben poco di entrambi. 

Presentato in anteprima italiana alla 29° edizione del Torino Film Festival, e preceduto da voci sinistre riguardo alla qualità del film, una volta in sala si stenta a credere che ciò che si ha davanti sia davvero opera di Coppola, visti i molteplici difetti che lo affliggono.

Si narra la storia di Hall Baltimore (un Val Kilmer non solo assai imbolsito ma anche sottotono a livello di recitazione), scrittore horror in declino (felice la battuta del film in cui lo si definisce “Lo Stephen King dei poveri”), che ha subito la perdita della figlia ed è diventato un po’ troppo intimo col whisky. Baltimore è in crisi anche con la moglie Denise, interpretata da Joanne Whalley, nella vita ex-moglie di Kilmer. Lo scrittore si mette in viaggio per promuovere il suo ultimo e poco ispirato libro, capitando così a Swan Valley, sorta di cittadina fantasma sulla quale troneggia un gotico campanile con sette orologi. Si imbatte nello sceriffo Bobby LaGrange (il grande Bruce Dern qui relegato ad un ruolo troppo sopra le righe e, a dirla tutta, a tratti fastidioso), appassionato d’ horror e scrittore dilettante, che gli narra della tragedia che colpì quei luoghi negli anni ’50, una strage di bambini che ha reso tristemente famosa la piccola città. A rendere la vita difficile all’ anziano sceriffo, c’è un gruppo di ragazzini pseudo-dark, che sembrano usciti dai peggiori video di Mtv, e capitanati da Flamingo (Alden Ehrenereich), personaggio che vorrebbe essere divertente parodia dei vampiretti stile Twilight ma che finisce per scadere irrimediabilmente nel ridicolo.

Il film ha un ampio cotè onirico, in cui vediamo il sogno di Hall, durante il quale incontra la misteriosa V. (una convincente Elle Fanning, sorellina della più celebre Dakota), rivede la tragedia di Swan Valley e, udite udite, discorre nientedimeno che con Edgar Allan Poe (un ottimo Ben Chaplin), il quale lo aiuta a ritrovare la perduta ispirazione.

E’ la terza pellicola prodotta interamente dalla compagnia di Coppola, la American Zoetrope, ed il film è fortemente autobiografico: il regista subì la perdita di un figlio, nel 1986, morto in un incidente in barca, dunque nello stesso identico modo in cui perde la vita la figlia di Baltimore. Anche la presenza di Poe, è un sentito omaggio nei confronti di uno dei suoi principali ispiratori. L’ idea del film è nata da un sogno, dunque c’è molto, anzi, moltissimo del Coppola-uomo piuttosto che regista, e forse l’ eccessivo coinvolgimento personale ha contribuito al risultato confuso e deludente dell’ opera.

Distaccandosi da tutto questo e guardando al film in modo oggettivo, le pecche sono davvero troppe: si tenta il delicato equilibrio tra umorismo e dramma, spesso fallendo l’ obbiettivo, eccezion fatta per qualche momento realmente divertente (ad esempio, Baltimore alle prese con l’inizio del suo nuovo libro). I due registri si scontrano invece che fondersi, ed il risultato è stridente; ciò che dovrebbe strappare una risata è spesso fonte di fastidio: il personaggio dello sceriffo LaGrange, ad esempio, è troppo eccessivo, sopra le righe, per poter suscitare simpatia. La presa in giro dei luoghi comuni degli horror recenti (i ragazzini accusati di vampirismo), non funziona, e scade nella banalità più trita.

La trama è risaputa e colma di clichè: lo scrittore in declino, ovviamente ubriacone, che ha subito una grave perdita è quanto di più ovvio si possa vedere sullo schermo. La parte onirica è lievemente migliore, ma anch’ essa non esente da difetti troppo evidenti: il personaggio di V. è scontato, quasi macchiettistico, e la parte con Edgar Allan Poe risulta francamente imbarazzante, per quanto dia l’ occasione a Ben Chaplin di fornire una prova d’attore che si eleva dalla media del film. L’ idea dell’ omaggio, della citazione letteraria così manifesta, sarebbe stata buona, ma il contesto purtroppo la ridicolizza.

La fotografia delle parti oniriche, che sulle prime affascina e colpisce, è troppo finta e iper-digitalizzata per poter risultare convincente. L’ atmosfera è burtoniana, del Burton di Sweeney Todd per intenderci (ciò si palesa nell’uso del colore, del bianco e nero contrapposto al rosso, ad esempio), dunque potenzialmente efficace e suggestiva, ma alla lunga finisce per stancare. Due scene del film sono girate in 3D, e se ne poteva tranquillamente fare a meno: la tridimensionalità non aggiunge nulla, e la tecnica non è delle migliori. Queste pecche visive sono difficilmente perdonabili in una produzione di questo tipo, ed abbassano ulteriormente il livello del risultato finale: un minor uso del digitale “ad ogni costo”, avrebbe sicuramente giovato.

Ci sono, ovviamente, dei bellissimi momenti di regia, soprattutto nella parte iniziale, graziata anche dalla rauca voce narrante di Tom Waits: alcune idee sono buone, e nel cotè onirico troviamo le cose migliori, ma al tempo stesso anche le cadute più evidenti, soprattutto a livello stilistico.

La prima cosa che si è portati a pensare, dopo aver visto questo film, è che con esso Coppola abbia firmato il proprio necrologio cinematografico: ci si augura, ovviamente, che non sia così e che questo Twixt rappresenti solo un episodio malriuscito nella sua filmografia. Ma il pessimismo ci ricorda che tanti, troppi grandi registi hanno perso, negli anni, il loro tocco magico, sfornando prodotti sempre più inconsistenti: se anche Coppola sia entrato in questa sventurata schiera non è ancora dato saperlo, ma questo film di certo non infonde buone speranze.

Chiara Pani 
(araknex@email.it)






Twixt
Usa - 2011
Regia: Francis Ford Coppola





martedì 6 dicembre 2011

29 ° Torino Film Festival: Bed Time (Mientras Duermes) (2011)

pubblicata anche su Horror.it:

http://www.horror.it/a/2011/12/mientras-duermes-2011/

 

Bed Time (Mientras Duermes) (2011)

“Il mio unico sollievo è sapere che neanche gli altri sono felici”.
 
In questa frase pronunciata da César (un magnifico Luis Tosar), protagonista del film, si condensa il cuore pulsante dell’ ultima fatica del regista spagnolo Jaume Balagueró , al quale va il merito di aver ormai acquistato un cifra stilistica personale, dunque riconoscibile, sebbene non completamente originale nel panorama orrorifico della sua terra. Presentato in anteprima alla 29 ° edizione del Torino Film Festival.

Balagueró ha al suo attivo una serie di titoli di successo, fra cui il non eccelso “Nameless” (1999), che l’ ha reso noto al grande pubblico, il discreto “Darkness” (2002) e, stilisticamente diversi dalle sue precedenti produzioni, il famosissimo “Rec” (2007) e relativo sequel di due anni dopo. Si ricorda con piacere la sua partecipazione alla serie horror “Películas Para No Dormir” (2006), una sorta di risposta spagnola ai Masters Of Horror: il suo “Para Entrar A Vivir”, storia di una folle affittuaria (dunque simile, per tematica, a questo Mientras Duermes), si era distinto come uno degli episodi più riusciti in un’ operazione di livello medio.
Il suo cinema può piacere o non piacere, essendo appunto legato quasi sempre da un fil rouge che lo caratterizza. Questo suo ultimo film, lascia francamente perplessi: ci si trova davanti ad un prodotto medio, un thriller con punte di melò morboso, forte di alcune ottime idee ma anche vittima di vistose cadute.
César è il custode di un condominio, claustrofobico microcosmo nel quale ha luogo l’ intera narrazione, cronologicamente sfalsata al fine di creare un senso di smarrimento nello spettatore; César è apparentemente gentile, punto di riferimento per coloro che vivono nel palazzo: le vite degli altri scorrono davanti a lui, giorno dopo giorno. Il personaggio prende forma lentamente, e la sua follia strisciante, subdola, sadica, ci viene mostrata in modo sempre più evidente, scena dopo scena: l’ uomo nutre una malsana passione per Clara (la brava Marta Etura), condomina che lo tratta in modo amichevole. Apparentemente, un interesse innocuo: in realtà, un’ ossessione morbosa, violenta, della quale egli parla apertamente solo alla propria madre, moribonda in ospedale, che piange nel sentire le sue parole colme di rabbia e follia senza poter essere in grado di rispondere.
César è persecutorio, ossessiona Clara con lettere e messaggi anonimi, minacciosi e morbosi; si introduce nel suo appartamento durante la notte (“mientras duermes”, appunto), narcotizzandola e dormendo accanto a lei; la sua follia ci viene mostrata in crescendo, con atti sempre più subdolamente crudeli, diretti non solo alla donna ma anche agli altri condomini. Egli è profondamente solo e triste nella sua pazzia: nonostante questo, non suscita empatia nello spettatore, poiché il suo odio è sadico e trova sfogo anche sui deboli, su coloro che non sospettano minimamente quale sia la sua vera natura e si fidano di lui.

Il plot contiene trovate efficaci (le scene che vedono César delirare davanti alla madre morente sono momenti di pura follia, così come gli atti che compie di nascosto negli appartamenti altrui) e Tosar divora la schermo, regalandoci un’ interpretazione memorabile, che da sola vale l’ intero film. Un sottile ma persistente senso di tristezza pervade la narrazione, nel ritratto di una solitudine che è al tempo stesso causa e conseguenza di una follia mascherata, nascosta, tenuta sotto chiave per poi esplodere senza più alcun freno. L’ infelicità di César trova conforto nell ‘osservare e soprattutto nel causare quella altrui, come possiamo sentire dalle sue stesse parole: la sua aspirazione è di distruggere la felicità di coloro che gli stanno attorno, per renderli, in un certo qual modo, simili a lui.
La regia è abile, la visione è graziata dalla bella fotografia fredda e cupa firmata da Pablo Rosso, abituale collaboratore di Balagueró; dunque,il timbro visivo è quello tipico della maggioranza delle sue pellicole, e qui rende assai bene lo spirito della storia. Lo score è lieve, sottilmente inquietante e perfettamente funzionale alla narrazione. Riguardo alla messa in scena, possiamo riconoscere qualche traccia del cinema di Almodóvar, nella caratterizzazione di alcuni personaggi e nelle punte melodrammatiche che caratterizzano il plot.

Non tutto però funziona come dovrebbe: la pellicola ha un ritmo lento, troppo per essere un thriller, risultando a tratti noiosa; la sceneggiatura non è esente da pecche e non brilla per originalità, poiché tematiche simili si sono già viste in film come “Sliver” (1993) e la recente produzione Hammer “The Resident” (2011), seppur con le dovute variazioni. Il registro narrativo è in bilico tra l’ umorismo ed il dramma, con esiti spesso incerti e non del tutto riusciti. Si bada molto alla forma, con una confezione elegante e patinata, che però non è sufficiente a mascherare i difetti del film, soprattutto a livello di script, firmato da Alberto Marini: un cambiamento evidente e non del tutto felice per un regista che ha quasi sempre sceneggiato i propri lavori. Il film, comunque, trova riscatto in un finale non del tutto prevedibile e ad effetto, che ha il dono di risollevare l’ impianto narrativo.
Un lavoro dunque solo parzialmente riuscito, che mostra i suoi maggiori pregi in una grande prova d’ attore e in alcuni ottimi momenti, ma che ha il grande difetto di risultare potenzialmente noioso ed a tratti ripetitivo, caratteristiche che in un thriller, seppur atipico come in questo caso, sono note troppo stonate in un film che avrebbe avuto le carte in regola per poter essere considerato al di sopra della media.

Chiara Pani

(araknex@email.it)


Mientras Duermes
Spagna - 2011
Regia: Jaume Balagueró






domenica 4 dicembre 2011

29° Torino Film Festival - bilancio finale e vincitori




Eccoci giunti alla conclusione della kermesse cinematografica torinese, quest' anno a mio avviso deludente e sottotono, rispetto alle passate edizioni.

Inauguro la giornata di Venerdì con Intruders, di Juan Carlos Fresnadillo, già regista di "28 Settimane Dopo", film che avevo gradito: mi preparo dunque alla visione con una buona predisposizione d' animo, la quale ahimè, viene irrimediabilmente delusa: una sceneggiatura stra-risaputa per un film che vorrebbe essere una favola nera ma che di nero ha ben poco, lento, noioso, con qualche buona trovata ma nulla di più. La storia di "Senzafaccia", mostro che approfitta del sonno dei fanciulli per strappare loro il volto, non convince, non morde, e soprattutto non spaventa. Tutto è mera patina fine a se stessa, senza la benchè minima profondità e troppo tedioso per poter essere intrattenimento puro. Proseguo, piuttosto scoraggiata, con 388 Arletta Avenue, pellicola canadese firmata da Randall Cole e prodotta dal Vincenzo Natali di The Cube. Per fortuna, il film non delude e si rivela una bella sorpresa: un thriller visto con l' occhio dell' assassino, che spia, pedina, osserva con morbosa pazienza le sue prede e gradualmente invade la loro vita, manifestando la propria presenza dapprima in modo sottilmente inquietante e poi sempre più macabro, in un crescendo che avvince e risulta disturbante. Buona la prova attoriale di Nick Stahl, interessante il lavoro sulle musiche, qualche momento risaputo e già visto ma perdonabile in una pellicola originale e di buona qualità. Dopo essermi rassegnata alla non-visione del film di Herzog, relegato in una sala minuscola e sold-out, mi preparo alla giornata di Sabato, che vede nella mia scaletta personale un solo film: Twixt, ultima fatica di Francis Ford Coppola, presentato in anteprima ed inserito last minute nel programma.

La delusione è purtroppo cocente: ero già psicologicamente preparata al peggio, a causa di una serie di commenti negativi serpeggianti per il Festival, ma ciò che ho visto è stato al di sotto di ogni aspettativa. Anche i grandi, anzi, i grandissimi, possono commettere errori, è umano e lecito; ma qui si parla di un prodotto davvero inferiore alla media, che pare essere stato girato svogliatamente e con la mano sinistra.

Una sceneggiatura piattissima, scontata, perennemente indecisa tra il registro drammatico ed umoristico, fallendo l'obbiettivo in entrambi i casi. Un Val Kilmer a dir poco imbolsito rotola da un lato all' altro dello schermo, in una pellicola iper-digitalizzata, al punto da far apparire i personaggi come se fossero figure ritagliate. Il 3D di alcune scene non convince, e non aggiunge nulla ad un lavoro decisamente deludente, con alcune cadute narrative risibili e al limite dell' assurdo. Non si salva neppure Bruce Dern, in un ruolo troppo sopra le righe e francamente fastidioso. Coppola firma così il proprio necrologio cinematografico, lasciandoci l'amaro in bocca e un film da dimenticare il prima possibile.

Un' edizione dunque deludente, alla quale però devo la scoperta di un grande cineasta, ossia Sion Sono, la cui retrospettiva è stata davvero la punta di diamante di una rassegna con troppe lacune. Piuttosto trascurabili, dal mio punto di vista, i film in concorso, eccezion fatta per lo splendido A Confession di Park Su-min: lento, dolente, magnifico. Per me dunque, vincitore morale. Divertenti Attack The Block e The Raid, ma comunque non memorabili. Pochissimo horror, poichè l' unico film pienamente ascrivibile al genere è stato Bereavement, pellicola solo in parte riuscita. Piatto ma non pessimo l'ultimo Balaguerò. Assai piacevole e riuscito il francese Les Bien-Aimès, di Cristophe Honorè: una parentesi deliziosa, in mezzo a troppe brutture. Posticino speciale per il documentario su Genesis P. Orridge, The Ballad Of Genesis And Lady Jaye, di Marie Losier: sincero ed appassionato omaggio ad un artista e ad una storia d' amore speciale, unica. Molte le pellicole non viste, a causa del sovraffollamento di titoli, nemmeno una visione della bella retrospettiva su Altman, che col senno di poi, rimpiango di aver trascurato.

Ecco i vincitori di questa 29 ° edizione:



TORINO 29 - Film in Concorso

Miglior Film :

Á ANNAN VEG / EITHER WAY di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson
(Islanda, 2011, DCP, 84’)  

Premio speciale della Giuria ex-aequo :

17 FILLES / 17 RAGAZZE di Delphine e Muriel Coulin
(Francia, 2011, 35mm, 90’)
&
TAYEB, KHALAS, YALLA / OK, ENOUGH, GOODBYE di Rania Attieh e Daniel Garcia
(Emirati Arabi Uniti/Libano, 2011, HDCam, 93’)

Premio per la Miglior Attrice:

RENATE KRÖSSNER per VERGISS DEIN ENDE / WAY HOME di Andreas Kannengiesser 
(Germania, 2011, HD, 94’)

Premio per il Miglior Attore:

MARTIN COMPSTON per GHOSTED di Craig Viveiros
(Regno Unito, 2011, HD, 102’)
  

PREMIO MIGLIOR DOCUMENTARIO INTERNAZIONALE 


Miglior Documentario Internazionale:


LES ÉCLATS (MA GUEULE, MA RÉVOLTE, MON NOM) di Sylvain George
(Francia, 2011, DVCam, 84’)

  
Menzione Speciale:

THE COLOR OF PAIN di Lee Kang-Hyun
(Corea del Sud, 2010, HDCam, 136’)








ITALIANA.DOC

Miglior Documentario Italiano:

L’OROGENESI di Caldwell Lever
(Italia/USA, 2011, HDCam, 53’)


Premio Speciale Della Giuria :

IL CASTELLO di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti
(Italia, 2011, DigiBeta, 90’)


Menzione Speciale a:

FREAKBEAT di Luca Pastore (Italia, 2011, HDCam, 77’)

  

ITALIANA.CORTI

Miglior Cortometraggio Italiano :

VIA CURIEL 8 di Mara Cerri e Magda Guidi
(Francia, 2011, DigiBeta, 10’)


Premio speciale della Giuria :

OCCHIO DI VETRO CUORE NON DORME di Gabriele di Munzio
(Francia, 2011, Betacam, 25’)


Menzione Speciale :

DELL’AMMAZZARE IL MAIALE di Simone Massi
(Italia, 2011, DigiBeta, 6’)


  


PREMIO CIPPUTI
 
Miglior film sul mondo del lavoro :
LE VENDEUR di Sébastien Pilote
(Canada, 2011, 35mm, 107’)
  


SPAZIO TORINO
 
SE DAVVERO, PRENDERÒ IL VOLO di Filippo Vallegra
(Italia, 2011, DigiBeta, 9’)


 

PREMIO FIPRESCI

Miglior film di Torino 29 a:
LE VENDEUR di Sébastien Pilote
(Canada, 2011, 35mm, 107’)





sabato 3 dicembre 2011

Malastrana Numero 0 scaricabile online!

il numero 0 della nostra creatura cartacea (in distribuzione al Torino Film Festival in questi giorni) è disponibile ora anche in pdf sul nostro sito:

http://www.malastranamagazine.com/

ogni numero ha un tema,e il numero zero è dedicato al "Cinema dei Prototipi" : quei film che sono stati pionieri di una determinata estetica, genere o tematica

sul numero 0, ho contribuito con la recensione de "La Lunga Notte Dell' Orrore" (The Plague Of The Zombies), produzione Hammer del 1966 firmata da John Gilling, che getta le basi per gli zombie movies del grande George Romero.

Un grazie speciale agli amici del Cineclub Domenica Uncut di Varese per il continuo sostegno!

seguite la loro pagina facebook e,se siete in zona,non perdetevi le loro proiezioni :) :

Cineclub Domenica Uncut

venerdì 2 dicembre 2011

29° Torino Film Festival : un primo bilancio



A due giorni dalla conclusione di questa 29° edizione del Torino Film Festival, ecco il primo bilancio, in attesa di tirare le somme finali. Edizione nel complesso inferiore alle precedenti, con una selezione di film non sempre all' altezza; questo dal punto di vista della sottoscritta, che per ovvi motivi ha potuto visionare solo alcune tra le molte pellicole presentate. Si aggiunge qualche disagio organizzativo: la soppressione della navette che collegano i vari cinema, alcune sale troppo piccole, personale non sempre gentilissimo.

Apro le mie personali danze nella giornata di Sabato, alla scoperta del per me fino ad allora sconosciuto Sion Sono, al quale il Festival dedica una splendida retrospettiva, forse una delle punte più alte di questa edizione: rimango sconvolta e affascinata da Strange Circus, un delirio filmico di colori, dominato dal rosso/sangue, una storia che resta come una ferita, avvolgendo e travolgendo lo spettatore. Scoperta felice, anzi, felicissima, di un cineasta che mi resterà nel cuore. La serata mi riserva invece una brutta sorpresa, col terribile The Oregonian: pellicola assolutamente mal girata, ai limiti dell' inguardabile,un vacuo scimmiottamento di David Lynch ridicolo ed inutile. Rimozione mentale assolutamente necessaria,e nella mente la domanda "ma perchè a certa gente è permesso di fare del cinema?". Pollice assolutamente verso.

Meglio la domenica: inizio col non brillantissimo Mientras Duermes, di Jaume Balaguerò: un thriller troppo lento per essere tale, ma che offre comunque alcuni momenti buoni. Non memorabile, ma nella media. Proseguo col divertente Attack The Block, intrattenimento puro ma troppo buonista e Spielberghiano per i miei gusti. Un' oretta e mezza spensierata, ma nulla di più. Alle 22.30, ecco la mia piccola perla, non dal punto di vista filmico ma puro amore personale: The Ballad Of Genesis and Lady Jaye,di Marie Losier ,documentario sul musicista (e artista a 360°) Genesis P. Orridge dei miei amati Psychic Tv, Throbbing Gristle e Thee Majesty e sulla sua storia d'amore con Lady Jaye, finita tragicamente. Esco dal cinema un po' triste, ma emozionata.

Dopo la pausa di Lunedì, mi rimetto in pista il giorno successivo, dal mattino presto col non eccelso Bereavement, al quale ho dedicato una recensione. Un film che parte bene, molto bene, per poi perdersi purtroppo in un plot sfilacciato e in un mare di prevedibilità: peccato, per quello che finora è l' unico vero horror da me visto al Festival. Torno in serata per il deludente Dernière Séance, troppo debole per risultare convincente. Arrivo a Mercoledì, e si inizia in bellezza col meraviglioso A Confession, del coreano Park Su-min: lento, epico, dolente. Finora, uno dei film più belli da me visti in questa edizione. Proseguo con l'atteso The Raid: puro cinema di genere, arti marziali a tutto spiano, divertente ma anche ripetitivo. Riserva comunque alcuni ottimi momenti e può meritare la visione.

Tento invano la missione impossibile per Cani Di Paglia di Peckinpah nel minuscolo Massimo 3, tutto esaurito, ergo ripiego su un titolo non inserito nella mia scaletta personale, il portoghese Sangue Do Meu Sangue: un film semplice, ma bello nel suo essere "povero" di mezzi ma con un cuore grande. Lascio la sala prima del termine per prendermi un break, un po' dispiaciuta nel perdermi il finale di un film che mi ha comunque colpita. In serata, proseguo il mio excursus al di fuori del cinema di genere, con Les Bien-Aimés di Christophe Honorè: cinema francese puro, una commedia/ dramma in un' insolita forma cantata che fa sorridere, riflettere, commuovere. Una grandissima Catherine Deneuve e una bravissima Chiara Mastroianni per un film che appartiene ad un tipo di cinema che da molti anni coltivo di meno ma che è stata una bella boccata d' ossigeno. Trés joli.

La giornata appena trascorsa, Giovedì, si apre con un altro capolavoro di Sion Sono, Cold Fish: estremo, delirante, esplode inesorabilmente in uno splendido finale. Unico altro film nel mio programma della giornata è Ghosted, prison-movie graziato unicamente da un bravissimo John Lynch ma talmente prevedibile da risultarmi fatalmente soporifero, viste le scarse ore di sonno al mio attivo: mi addormento all'inizio,mi sveglio sulla scena finale. Credo di non essermi persa nulla.

Oggi sarà la volta di Intruders, che attendo con grande curiosità, di 388 Arletta Avenue, sul quale ho sentito pareri assai discordanti, e tenterò la seconda missione impossibile questa volta per Into The Abyss del mio amato Herzog nella microscopica sala del Greenwich 3, già esaurita da stamattina con cocente delusione della sottoscritta, che lascia il box office a testa bassa ma ripromettendosi di fare un estremo tentativo. Vedremo se riuscirò nell' ardua impresa. Dopotutto, Fitzcarraldo ha portato una nave su una montagna: se Herzog docet, forse potrei farcela.

29 ° Torino Film Festival:Bereavement (2010)


pubblicata anche su Nocturno.it

Bereavement (2011)

Minersville, Pennsylvania, 1989: Martin, un bambino sofferente di una rara malattia che causa una totale insensibilità al dolore fisico, viene rapito da uno psicopatico che porta in sé le ferite di un’ infanzia durissima, e portato nel mattatoio in disuso dove vive. Cinque anni dopo la giovane Allison si trasferisce nel paesino, ospite degli zii, in seguito all’ improvvisa morte dei genitori. Due storie parallele che finiranno, inevitabilmente, con l’incrociarsi.

Potrebbe essere definito una sorta di “horror di formazione” questo Bereavement (“Lutto” ), pellicola firmata dallo statunitense Stevan Mena e presentata alla XXIX edizione del Torino Film Festival, nella sezione Festa Mobile. Il film è il prequel di Malevolence (2004), dello stesso regista, dunque qui vediamo l’ antefatto, l’ origine e genesi di un killer. Il film parte bene, anche ad un’ eccellente realizzazione tecnica: ottima regia e montaggio, bellissima la fotografia, ad opera di Marco Cappetta, artefice di immagini suggestive ed efficaci nel delineare la differenza tra le scene ambientate nel mattatoio, il folle microcosmo di Graham Sutter (ogni riferimento non è casuale, in un film molto citazionista), ed il mondo esterno: nelle prime, la  fotografia è quasi seppiata, irrealistica, rendendo ad arte la dimensione da incubo dell’ ex slaughterhouse. Molto importante l’uso del suono, sia nello splendido score, realizzato dello stesso Mena, sia nella messa in scena delle uccisioni : l’ alternanza tra mostrato e suggerito si mescola ai rumori amplificati del coltello che affonda nelle carni, dell’ ascia che amputa, dei ganci da macellaio che penetrano negli arti. La rara malattia di Martin, un disturbo che causa la totale insensibilità al dolore fisico, è spunto interessante, così come il rapporto tra Sutter ed il piccolo, costretto ad assistere alle gesta omicide del pazzo, che si evolve fino a diventare vera e propria formazione di un killer. Graham è il frutto di un padre violento, col quale egli “dialoga” nei suoi deliri; un inquietante (e visivamente efficace) teschio bovino appeso al muro è il simbolo di quella figura paterna che l’ha reso ciò che è.
La storia di Allison scorre in parallelo: in seguito alla morte dei genitori, è costretta a trasferirsi proprio in quel paesino rurale, ospite della famiglia dello zio, Jonathan, un ottimo Michael Biehn. Le difficoltà della ragazza, il lutto che la opprime, si alternano alla storia del killer e del suo piccolo testimone: finiranno, ovviamente, per incrociarsi. Nel cast figura anche John Savage, nel non memorabile ruolo di un padre paralitico ed alcoolizzato, poco più che un cameo.
Si parte bene, ma ci si perde verso la parte centrale: i deliri di Sutter iniziano a diventare ripetitivi e come villain è debole, non ha carisma. Troppi clichè sono risaputi e si pesca a piene mani dal repertorio horror più sfruttato, a partire da Texas Chainsaw Massacre fino al più recente Frailty; Allison non ha un milligrammo della forza delle eroine slasher anni ’80,e si limita ad urlare e girare in canottiera lasciando intravedere le sue generose grazie. Il finale è fastidiosamente prevedibile, così come il segmento che arriva dopo i titoli di coda e che dovrebbe rappresentare l’effetto sorpresa.
Un film dunque solo parzialmente riuscito, che alterna momenti efficaci ad altri debolissimi e sul filo della noia. Assai bello visivamente in alcune sue parti, ma una bella confezione non basta a riscattare un prodotto privo di una vera sostanza.

Chiara Pani

(araknex@email.it)





 
Bereavement
Usa – 2010
Regia: Stevan Mena