sabato 25 febbraio 2012

La mia nuova recensione di "Kill List" (2011) per CineClandestino

Sono felice di annunciare l' inizio della mia collaborazione con CineClandestino , ottima testata che seguo e stimo da tempo. Per il mio debutto, ho scelto una pellicola da me già recensita, scrivendone ex-novo, in forma completamente diversa ed ampliata. Buona lettura :)


pubblicata su CineClandestino:


http://www.cineclandestino.it/articolo.asp?sez=10&art=9034




Kill List (2011)




Kill List, ovvero : il potere del passaparola via Web al servizio di un Cinema che rimarrebbe altrimenti sconosciuto, relegato nei circuiti festivalieri, boccone prelibato per non troppi spettatori. Il film, terza opera del britannico Ben Wheatley, già autore della notevole black comedy “Down Terrace” (2009), è ancora inedito in Italia e, probabilmente, destinato a restare tale; il tam tam proveniente dal Regno Unito è stato grande , la pellicola ha riscosso consensi e critiche quasi in pari quantità, dividendo gli spettatori e stuzzicando immancabilmente la curiosità cinefila di chi, come noi italici, può godere della visione unicamente tramite il canale import.
E’ sufficiente digitare le due brevi parole del titolo per trovarsi di fronte a discussioni e speculazioni di ogni sorta che abbattono anche l’ ultimo mattone di dubbio e spingono a voler, assolutamente, vedere Kill List. Piccolo fenomeno di massa, film sopravvalutato o astuta operazione commerciale? Forse ognuna di queste cose, ma non solo; è pellicola comunque di indubbio valore e al tempo stesso, medaglia a due facce, nel prendere un aspetto diverso a seconda che la si veda per la prima, o la seconda volta. L’ opera di Wheatley è un gangster movie con varie diramazioni venose: horror, realismo, ironia ed un sottotesto simbolico che lo spettatore può decidere se accettare, interpretare, o abbandonare totalmente.
Il film si apre su Jay (Neil Maskell, perfetto), un killer “a riposo forzato” da otto mesi; lo scenario è casa sua, la vita famigliare, il rapporto conflittuale con la compagna Shel (MyAnna Buring) e quello col figlio Sammy, in compagnia del quale egli diventa puerile ancor più del bambino stesso. Kill List inizia dunque in un contesto realistico, fatto di dialoghi mai banali e sotteso da una continua, intima tensione: una sorta di “kammerspiel” ad orologeria, pronto ad esplodere da un momento all’ altro.
Entra in scena Gal (Michael Smiley), amico fraterno di Jay nonché suo complice nell’ attività di “hitman”, abbattitore di umani. Fin qui, cinema fortemente britannico in senso tradizionale, nel suo essere quadro di strappi famigliari ed umani, nel quale i personaggi prendono forma: Jay, infantile, iracondo, pregno di una violenza che stenta a soffocare, e Gal, a fargli da forza contraria, anch’ egli killer ma paradossalmente mite, rassegnato, fondamentalmente solo.  Propone a Jay di rimettersi al lavoro, ha qualcosa per le mani, apparentemente routine, che frutterà loro un gruzzolo di cui hanno entrambi un gran bisogno.
Inizia così la spirale discendente dei due protagonisti, di Jay soprattutto ma anche dell’ amico, i cui residui di una qualche sensibilità e di un codice morale sono sempre più in conflitto con ciò che ha attorno e con colui che ha di fronte. Lo spettro di un episodio di otto mesi prima (la durata della pausa di Jay, dunque), i misteriosi fatti di Kiev, che traspaiono come ectoplasmi attraverso parole o foto viste di sfuggita, è sempre presente, minaccia e monito ma anche sottile presagio di ciò che potrebbe accadere di nuovo.
Ecco l’ incarico, ed ecco la Kill List del titolo , l’ elenco dei tre nomi da eliminare, persone che diventano capitoli schematicamente indicati con l’ appellativo della loro mansione: il Prete, il Bibliotecario, e l’ ultimo, il più importante.
Un incontro con i mandanti, dal sapore criptico e ritualistico, dà il via alla loro missione, al progressivo logoramento umano e morale che la accompagna. Una narrazione interessante, uno stile essenziale lontano anni luce dagli ammiccamenti modaioli alla Guy Ritchie, ci accompagna fino al finale, a quel “twist” improvviso e subitaneo che ha esaltato molti, e deluso altrettanti. Kill List assume dunque una luce completamente diversa, il film si carica di simbologie probabilmente più affibbiate che reali (da qui, le varie speculazioni interpretative rintracciabili in Rete), pur se, ad una seconda visione, alcuni elementi che a primo acchito erano passati inosservati o parevano insensati, acquistano un significato differente.
Questa chiave di lettura è, al tempo stesso, punto di forza e tallone d’ Achille del film: lo rende un prodotto atipico, che resta impresso, ma lascia anche molti dubbi e perplessità. Sta allo spettatore dunque, accettarla oppure respingerla, riducendola ad un orpello aggiuntivo: in questo modo comunque, ci si priverebbe di una parte  importante di ciò che si ha di fronte.
Dal punto di vista narrativo, salvo alcuni scivoloni, la sceneggiatura è abbastanza buona, ma alcuni snodi potevano essere sviluppati in modo più completo: l’ analisi del rapporto Jay/Gal è quasi manichea, scevra da sfumature. Non si approfondisce l’ interessante spunto del triangolo Jay/Gal/Shel: la compagna del protagonista e l’ amico sono legati da profondo affetto, cosa ovviamente non troppo gradita a Jay. L’ argomento è solo accennato ma se fosse stato plasmato a dovere, accentuandone la natura ambigua, avrebbe costituito un sottotesto non trascurabile. Shel non è una tranquilla donna di casa, è al corrente dell’ attività del marito e in Svezia, suo paese natale, era nell’ esercito: altra idea con un buon potenziale, che finisce per venire soffocata.
La recitazione è ottima, con attori efficaci e in parte: il volto di Jay, infantile, apparentemente inespressivo, quasi abulico, quello di Gal, segnato e dolente, e Shel, dai lineamenti duri e dal nervosismo perenne.
La regia è abile nell’ inseguire i protagonisti, nel suo scrutarli, e tocca un picco altissimo in una magnifica scena di inseguimento in un cunicolo, che è il momento migliore dell’ intero film; il suono gioca un grosso ruolo, con uno score sordo, allucinato, ed i dialoghi che spesso iniziano prima che termini l’ inquadratura precedente, creando così un senso di spaesamento e di estraneità.
Tra chi urla al capolavoro e chi stronca senza pietà, la pellicola continua a suscitare interesse e anche i più diffidenti finiscono per cedere.  Indipendentemente dal suo valore, che è comunque alto al di là delle evidenti pecche,  Kill List sta raggiungendo il suo scopo: la visibilità. Non è forse ciò che ogni film desidera, semplicemente di essere visto?

Chiara Pani


(araknex@email.it)

Kill List
Uk - 2011
Regia: Ben Wheatley
 








lunedì 13 febbraio 2012

La mia recensione di "Millennium - Uomini Che Odiano Le Donne" (2011) di David Fincher per Horror.it

pubblicata su Horror.it:





 

Millennium – Uomini Che Odiano Le Donne (2011)

“Se una donna si accosta a una bestia per accoppiarsi con essa, ucciderai la donna e la bestia e il loro sangue ricadrà su di loro”
                                                                       (Levitico , 20:16)

In questo ed altri versetti del Levitico, non a caso il più fondamentalista fra i libri della Bibbia , è contenuta la chiave di volta per la risoluzione del caso sul quale indagano i due protagonisti di Millennium – Uomini Che Odiano Le Donne  (“The Girl With The Dragon Tattoo”), l’ ultima e complessa opera di David Fincher. Etichettato in modo sbrigativo come remake dell’ omonima pellicola del 2009, firmata dal danese Niels Arden Oplev e, com’è ormai arcinoto, basata sul primo dei tre romanzi dello scrittore svedese Stieg Larsson, il film di Fincher è assai più di un semplice rifacimento. Innanzitutto, per la stratificazione del narrato: si mette in scena ciò che il cinema ha già mostrato e che, a sua volta, era trasposizione della parola scritta. Fincher, seguendo come sempre la sua visione, si appropria del testo di Larsson, lo reinterpreta, senza snaturarlo, mantenendone inalterati gli equilibri ma, al tempo stesso, offrendone un’ interpretazione completamente altra, inedita, diversa. Una sceneggiatura solida e dal meccanismo perfetto, firmata da Steven Zaillian (“Gangs Of New York”, “Schindler’ s List”) è fondamento indispensabile al lavoro del regista, accompagnandolo ad arte e regalando un risultato al di sopra di ogni aspettativa. E dire che è stato un film su commissione, a detta dello stesso Fincher, dunque non fortemente voluto; ma anche in questo tipo di operazione, il regista non riesce a non essere se stesso, a non infondere gocce della propria poetica tra le righe di un pensiero altrui.

“The Girl With The Dragon Tattoo”, a differenza della maggioranza delle rivisitazioni yankee di film stranieri, è girato nelle locations originali, nell’ algida Svezia, tra Stoccolma ed Hedestad, il luogo immaginario creato da Larsson dove sorge l’ isola di proprietà dei Vanger: dunque, non vi è stato lo sradicamento dalle origini culturali del testo, e ciò ha contribuito non poco al valore del film.
Il cinema di Fincher è da sempre fatto di dettagli, del  piccolo che diventa fondamentale, dei tanti tasselli sparsi che si uniscono a formare un’ incastro inevitabilmente perfetto.  Di tutto questo si compone l’ indagine condotta da Mikael Blomkvist (un efficace Daniel Craig), giornalista della rivista indipendente Millennium, caduto in disgrazia dopo aver tentato di smascherare gli affari sporchi di un miliardario: viene incaricato dal ricchissimo ed anziano industriale Henrik Vanger (Christopher Plummer) di indagare sulla scomparsa della nipote Harriett, avvenuta molti anni prima; l’ uomo è certo che il responsabile della probabile morte della ragazza, sia proprio un Vanger: “ si troverà ad indagare su ladri, avari, prepotenti, la più detestabile collezione di individui che lei abbia mai conosciuto: la mia famiglia”.

Non ha tutti i torti, Henrik Vanger: due nazisti in famiglia non sono esattamente motivo di vanto. Proprio su questo tasto, la sceneggiatura di Zaillian, memore di “Schindler’s List”, spinge particolarmente, mostrando così il marcio dei potenti dietro la patina di perbenismo, un feroce ritratto famigliare nel quale emergono scheletri tenuti nascosti troppo a lungo. Ma non è solo il fine che conta in questo film, è soprattutto il mezzo: è il modo in cui l’ indagine sviene svolta, e qui si torna all’ importanza del particolare, del mettere insieme tanti piccoli pezzi di un puzzle apparentemente irrisolvibile. La ricerca di Mikael è ossessivamente meticolosa, ricostruisce il giorno della scomparsa di Harriett mediante delle immagini, un susseguirsi di fotografie gelidamente immobili, ma che sono le sole ad essere in grado di dirgli qualcosa (“dove sei finita, Harriett?”, chiede Mikael guardandola stampata su carta).

Ed ecco che subentra lei. Lisbeth Salander. Personaggio già noto al pubblico sia per la trilogia letteraria, sia per il film precedente , grazie all’ ottima interpretazione di Noomi Rapace, a detta di molti ineguagliabile; invece, la scelta di Rooney Mara, già vista in “The Social Network”, si è rivelata assai più che vincente: lei è Lisbeth, in tutto e per tutto. Il personaggio Fincheriano è fisicamente più infantile e fragile, in apparenza indifeso, diafano e dal volto quasi alieno. Recita con gli occhi, con i gesti, resta stampata nella memoria fin dalla sua prima apparizione: convocata per incontrare Frode (Steven Berkoff), l’ avvocato di Vanger, al fine di affidarle il compito di indagare su Blomkvist a titolo cautelativo, prima di investirlo dell’ incarico riguardante Harriett (dunque le ricerche si fanno molteplici, si avvolgono l’ una attorno all’ altra), si siede di profilo, quasi senza guardarli, le sue risposte sono brusche, brevi, sfuggenti. Lisbeth indaga sulle persone senza avere contatti con a loro, a distanza, intrufolandosi nei loro computer, spiandole; è il suo modo di conoscere gli altri, senza che loro debbano vederla. Non permette a nessuno di avvicinarsi troppo a lei: il suo abbigliamento, i tatuaggi, i piercing, fanno parte della sua corazza.
Lisbeth viene ferita, anche davanti a noi, la scena dello stupro da parte del suo nuovo tutore non si dimentica facilmente. Ma la sua vendetta è catarsi pura , una sequenza di malata bellezza, nella quale da vittima diventa carnefice per riprendersi semplicemente ciò che le spetta, poiché quell’ uomo aveva congelato i suoi guadagni, costringendola a rivolgersi a lui per ogni esigenza economica, in cambio di favori sessuali. Il favore diventa aggressione e la risposta di Lisbeth è un occhio per occhio che consacra, definitivamente, la nostra completa empatia verso di lei.
Fincher è comunque attento a fare in modo che il personaggio non fagociti completamente il film: infatti, l’attenzione si focalizza sul rapporto con Mikael, e sul suo graduale scongelarsi di fronte a quest’ uomo. Al loro primo incontro, la Salander è come sempre sulla difensiva, ha con sé l’ inseparabile taser, l’ immobilizzatore: “se mi tocchi, ti ritrovi più che allarmato”; nel condurre le indagini fianco a fianco la ragazza accorcia le distanze, dapprima sessualmente, poi a livello umano, fino ad accennare a Blomkvist del proprio passato, di cui non è difficile intuire la tragicità.
Le ricerche si snodano attraverso quel covo di serpenti qual è la famiglia Vanger, passando per la folle solitudine di un criminale nazista passando per Martin (Stellan Skarsgård), erede dell’ impero industriale e fratello di Harriett.

Il finale, è la vera sorpresa: slegato sia dal libro che dal film precedente, è puro cinema di emozioni senza essere patetico o dai facili sentimentalismi. Una chiusa perfetta, sulle note della cover di “Is Your Love Strong Enough?” di Bryan Ferry riveduta dai How To Destroy Angels, progetto di Trent Reznor e Atticus Ross, autori dell’ intera colonna sonora del film; si inizia col lungo urlo digitalizzato dei titoli di testa e si conclude nel silenzio e in un interminabile sguardo ad occhi sgranati.

Eccellente il cast, la già citata Rooney Mara su tutti, il buon Daniel Craig a tenerle testa, i magnifici Christopher Plummer e Steven Berkoff, Robin Wright, nel ruolo un po’ sommesso di Erika Berger, socia di Blomkvist nella rivista Millennium e sua amante, ed il superbo Stellan Skarsgård.

I luoghi, gli spazi, sono anch’ essi protagonisti del film: l’ isola, la casa di Martin, interamente fatta di vetrate, dunque (in apparenza) del tutto visibile allo sguardo, la dimora di Henrik Vanger, triste dimensione di una solitaria memoria ed il cottage dove vive Mikael, in seguito raggiunto da Lisbeth: le pareti tappezzate da fotografie, appunti, vero spazio-testimonianza di ciò che sta venendo a galla.

Il montaggio è affidato ancora una volta ad Angus Wall (insieme a Kirk Baxter), già premio Oscar per “The Social Network”, e la fotografia è opera di Jeff Cronenweth, alla sua terza collaborazione con Fincher (“Fight Club”, “The Social Network”), capace di dare all’ immagine una qualità empatica, in linea con i differenti toni emotivi della pellicola.
Ottimo lo score, del già citato duo Reznor/Ross, ma su questo punto il film precedente era nettamente superiore, con le superbe partiture orchestrali scritte da Jacob Groth.
Un’ opera importante questo “Girl With The Dragon Tattoo”, da vedere a mente libera, cercando di mettere da parte sia il libro che l’ altro film, per considerarla ciò che è in realtà, un’ opera a sé stante: rilettura di qualcosa di già scritto ma filtrata attraverso l’ occhio di un talento non comune.

Chiara Pani
(araknex@email.it)

Millennium - Uomini Che Odiano Le Donne
Titolo Originale: The Girl With The Dragon Tattoo
Usa/Svezia/Uk/Germania - 2011
Regia: David Fincher











martedì 7 febbraio 2012

La mia recensione di "We Are What We Are" (2010) per Horror.it


pubblicata su Horror.it:


http://www.horror.it/a/2012/02/we-are-what-we-are-2010/






We Are What We Are (2010)

Film difficile da definire questo “We Are What We Are” (Somos Lo Que Hay), lungometraggio d’ esordio del regista messicano Jorge Michel Grau (nessuna parentela col quasi omonimo autore de “Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti”), pellicola anomala sotto diversi aspetti. Ci si sradica completamente dall’ eredità horror del proprio Paese, sia quella più recente e nota (Guillermo del Toro ed il suo stile cupo e fiabesco), che quella ruspante e squisitamente di serie B degli anni ’50 / ’60, ricordata soprattutto per titoli come “El Vampiro” (1957) di Fernando Mendéz e le pellicole di René Cardona (“La Horripilante Bestia Humana”, del 1969, e la serie di film sull’ eroe mascherato Santo, alle prese di volta in volta con vari ed assortiti mostri). Da non dimenticare anche il figlio di Cardona, René Jr: tra i quasi cento titoli della sua produzione troviamo “Il Triangolo delle Bermude” (1978) e  “La Notte Dei Mille Gatti” (1972).
Una cinematografia, soprattutto quella di Mendèz e di Cardona Senior, realizzata con mezzi poveri, spesso un po’ ingenua, ma genuina, figlia naturale di una Terra perennemente in bilico tra il sole che la brucia e le tenebre delle proprie sinistre leggende.
Il film di Grau si sgancia completamente dai propri predecessori: presentato a Cannes nel 2010, durante la Quinzaine Des Réalisateurs, mira ad un’ autorialità che riesce brillantemente a raggiungere, fallendo però in parte altri obbiettivi. Chi si aspetta un horror nel senso più genuino del termine, rimarrà deluso: Somos Lo Que Hay è più puramente un dramma, ben costruito ed interpretato (magnifico il giovane Francisco Barreiro nel ruolo di Alfredo), che proprio nelle forti tonalità drammatiche è erede naturale di un certo cinema sudamericano, portando in sé il sangue che gronda dalle proprie radici: la povertà, la famiglia e la sua degenerazione, la corruzione sociale, ma soprattutto un indissolubile legame col proprio passato collettivo e le sue macabre e oscure tradizioni.  
Il film si apre con una bellissima sequenza, fortemente simbolica: un uomo si aggira per un centro commerciale, vacillando, in preda a spasmi, fino a cadere a terra esanime. Il cadavere viene immediatamente portato via ed in un batter d’ occhio la donna delle pulizie lava via il sangue che ha vomitato. Dunque, il “brutto”, il povero, il malato, va fatto sparire in nome di una cosiddetta civiltà che di civile, come vedremo, ha ben poco.
La vicenda si snoda attorno ad un nucleo famigliare, composto da due fratelli, Alfredo (Francisco Barreiro) e Julian (Alan Chàvez), la sorella Sabina (Paulina Gaitan) e la madre (Carmen Beato, perfetta nel ruolo ma talvolta troppo sopra le righe), personaggio divorante, duro nell’ animo e nei lineamenti ma al tempo stesso fragile e minato da un dolore che le scorre sottopelle senza darle tregua. L’ uomo del centro commerciale era il padre, che ora li ha lasciati soli, in balìa a problemi economici ma non solo. Egli non era semplicemente il capofamiglia, ma anche colui che governava il loro essere “tribù”, dunque “essere ciò che siamo”, ossia, cannibali.
Cannibalismo affrontato in modo assai diverso rispetto alla maggioranza delle pellicole sull’ argomento, antropofagia come cardine di un “rituale” per loro importantissimo, dal quale dipende la loro sopravvivenza ma la cui origine e natura non ci viene spiegata adeguatamente, lasciando un senso di incompiutezza a quello che dovrebbe essere il testo fondamentale del film. Ci vengono mostrati indizi affascinanti di una ritualità tribale perturbante e seducente, violenta e selvaggia, ma sono come bocconi lasciati a metà. L’ intento di Grau era probabilmente di suggerire senza mostrare troppo, finendo invece per far assaggiare una quantità troppo scarsa che lascia insoddisfatti. Ovviamente, non si parla solo di gore o splatter, presenti a livelli minimi e comunque non fondamentali in una pellicola di questo tipo: uno spunto bello ed interessante come questo avrebbe meritato uno sviluppo più degno, uno spazio più ampio rispetto a pochi risicati minuti. L’ intero film è basato soprattutto sui dialoghi, sui contrastati e morbosi rapporti famigliari: si sente odore di incesto tra i tre fratelli, l’ odio della madre per Alfredo è manifesto così come è chiarissima la predominanza dell’ elemento femminile, le due donne, su quello maschile, in quello che potremmo definire un “matriarcato cannibalico”. Il personaggio di Sabina è ambiguo e talvolta viscido come un serpente, Julian è un violento e Alfredo crolla troppo facilmente. La delineazione dei personaggi è buona, le sfaccettature sono rese a dovere, sebbene si rischi di cadere nello stereotipo.
Non passa inosservata la critica sociale, che vede la forze dell’ ordine messe alla berlina, inseguendo i casi di cannibalismo solo per una ricerca di gloria personale, mostrandoci una polizia corrotta, idiota, completamente marcia, che nel confronto morale con i “cannibali” perde inesorabilmente e con disonore.
L’ epilogo tocca toni tragici e poetici al tempo stesso, con una sequenza finale che può lasciare sostanzialmente perplessi.
L’ ottima regia di Grau salva parzialmente il film, che trova le sue maggiori pecche in una sceneggiatura confusa e in una verbosità eccessiva. Un discorso a parte merita la fotografia: assai bella e luminosa nelle scene diurne, diventa estremamente cupa negli interni notturni, al punto da rendere la visione a tratti quasi difficoltosa. Score perfetto e ridotto all’ osso, che rompe il quasi perenne silenzio del film nei punti giusti ed in modo eclettico, passando da tracce violinistiche a volte dolci, a volte inquietanti, fino ad una splendida versione di “Atardecer Huasteco” che entra letteralmente nell’ anima.
Un film non del tutto risolto, discontinuo ma comunque peculiare, con momenti di assoluta bellezza che si scontrano con un plot a tratti troppo confuso e sfilacciato. In ogni caso da vedere, anche per i suoi difetti, in quanto resta un tipo di cinema a sé stante e difficilmente inquadrabile in un genere. Se solo fosse stato più coraggioso, osando completamente, compiendo un salto invece che un piccolo balzo, scavando invece che mettere solo il dito nella sabbia, quello di Grau sarebbe stato un esordio col botto.

Chiara Pani
(araknex@email.it)

We Are What We Are
Titolo Originale: Somos Lo Que Hay
Messico - 2010
Regia: Jorge Michel Grau









giovedì 2 febbraio 2012

Il mio articolo su David Fincher per Nocturno.it

pubblicato su Nocturno.it:

http://www.nocturno.it/news/david-fincher-regista-del-millennium




David Fincher 


Il cinema di David Fincher ha spesso cambiato pelle nel corso degli anni, spaziando nei generi e nelle soluzioni stilistiche, reinventandosi ed evolvendosi ma rimanendo sempre fedele a se stesso, alla propria identità. E quella dell’ identità è una delle tematiche centrali non solo del suo cinema ma anche del suo essere cineasta: Fincher si appropria completamente di ogni testo che porta sullo schermo, lo rende suo,  infondendovi il proprio essere. Il regista statunitense ha sempre lavorato su sceneggiature firmate da altri, che ha reso proprie effettuandone una sorta di seconda scrittura tramite la sua, personalissima, visione. La scelta dei testi non è mai stata casuale, ha sempre seguito la sua personale poetica: piuttosto che adattarsi agli script, ha sempre fatto in modo che essi si adattassero a lui e ai discorsi fondamentali della sua cinematografia.
Troviamo così tematiche ricorrenti in film, in apparenza, molto diversi tra loro: a cominciare dagli universi a maggioranza maschile, nei quali il rapporto uomo/uomo è in molti casi conflittuale ( per poi evolversi, come per Mills/Somerset in Seven ), vedendo spesso un dominante e un dominato scambiarsi vicendevolmente i propri ruoli nel corso del racconto ( The Social Network, Zodiac, nella correlazione Graysmith/Avery, e ovviamente, in modo più complesso, Fight Club ) ; la già citata identità, uno dei perni del suo discorso cinematografico: dal film d’ esordio Alien 3,  soffermandosi su Seven, con un killer dal nome John Doe in una città anonima, nella quale l’ apatia e l’ indifferenza (altre tematiche basilari) tentano di soffocare ogni traccia d’ umanità. Fight Club ne è il manifesto, con la ricerca del proprio io che diventa ossessione: dalle molteplici, finte identità assunte nei gruppi di auto-aiuto fino all’ incarnazione di ciò che si vorrebbe essere in un doppio dalla personalità debordante, e un’ identità collettiva, il Progetto Mayhem, che è prigionia travestita da libertà.
Lo scavare verso le proprie profondità passa attraverso un’ ossessionarsi  (Zodiac), che è consunzione di sè e del proprio corpo, autodistruzione come metodo costruttivo che porta allo stravolgimento di una vita ordinaria: in apparenza rovina, in realtà rinascita.
La paura, in Fincher: di se stessi, e soprattutto degli altri. I suoi personaggi sono soli, isolati. La Lisbeth di Millennium aggredisce perché teme di essere ferita, allontana il prossimo ma si avvicina ad esso attraverso il suo lavoro: indagare sugli altri è il suo modo di conoscerli, più a fondo di chiunque altro, senza che lei debba lasciarsi conoscere da loro.
Gli elementi visivi sono fondamentali: la fotografia  (negli ultimi due film ritroviamo Jeff Cronenweth, già mago dell’ immagine in Fight Club), fortemente connotata, che passa da toni seppiati e intimisti a colori gelidi, vero termometro degli umori narrativi;  le trovate registiche innovative, come il particolare uso della soggettiva, abilissime, talvolta geniali. Le musiche: per anni affidate al grande Howard Shore, nelle ultime due pellicole godono del felice sodalizio con Trent Reznor e Atticus Ross.
Fincher ha spesso lavorato su script tratti da testi letterari: Fight Club, Zodiac, Il Curioso Caso di Benjamin Button, The Social Network e il recentissimo e splendido Millennium – Uomini Che Odiano Le Donne. Non semplici trasposizioni ma reinterpretazioni dello scritto in chiave Fincheriana, riuscendo, talvolta, nella difficile impresa di migliorarlo attraverso le immagini.
Il suo discorso sul romanzo di Stieg Larsson è uno scavare più a fondo, un’ indagine su un testo che parla, esso stesso, dell’ indagare alla ricerca della verità.  Il film è l’ ennesimo mutamento di pelle, ritroviamo uno stile più lineare a rappresentare una narrazione complessa, stratificata e dal meccanismo perfetto.
Nove film nell’ arco di vent’ anni esatti, nove capitoli di una poetica che è mutevole nella forma ma non nella propria e prepotentemente unica identità.

Chiara Pani
(araknex@email.it)








giovedì 12 gennaio 2012

La mia recensione di "Non Avere Paura Del Buio" (2010) per Nocturno.it


pubblicata su Nocturno.it:


http://www.nocturno.it/recensioni/non-avere-paura-del-buio




Non Avere Paura Del Buio (2010)

Providence, Rhode Island. La piccola Sally, problematica ed introversa, in seguito alla separazione dei genitori, va a vivere col padre e la sua nuova compagna in una splendida villa in corso di ristrutturazione, un tempo appartenuta ad un artista, Blackwood, scomparso in circostanze misteriose. La magione custodisce un minaccioso segreto, celato nel seminterrato, e Sally non tarderà a scoprirlo.

Uno dei film più attesi dell’ anno questo Non Avere Paura Del Buio, scritto e prodotto da Guillermo del Toro e diretto da Troy Nixey, qui al suo primo lungometraggio; la pellicola è un remake del tv-movie targato 1973, ricordato come un piccolo gioiello di suspense. Purtroppo, non si può dire lo stesso di questa produzione magniloquente, assai bella nella forma ma scarsa nella sostanza: scenograficamente ineccepibile, con al centro una villa gotica che è location perfetta, nel cui ventre si celano scantinati magnificamente lugubri, dimora delle misteriose creature e nei quali l’ indole cupamente fiabesca di del Toro si manifesta appieno in tutto il suo fascino. La fotografia di Oliver Stapleton dà il tocco finale ad una confezione quasi perfetta, ma tutto questo non basta. Come non bastano i momenti azzeccati (il prologo, con l’ artista Blackwood, la scena della fontana dei pesci giapponesi, chiara citazione da Il Labirinto del Fauno, il disvelamento del meraviglioso affresco nel sotterraneo) , ossia quelli più chiaramente caratterizzati dall’ inconfondibile tocco del regista messicano. Molte, troppe cose non funzionano: il plot è scontato e dilatato fino all’ inverosimile, poiché i circa 90 minuti di pellicola possono venire percepiti come interminabili, soprattutto nella parte finale, che pare avvolgersi su se stessa. Le vocine delle creature del buio sono inquietanti, ma si resta delusi non appena esse vengono mostrate. La suspense è pressochè assente, lo snodo parallelo di dramma famigliare e narrazione gotica non riesce a convincere poiché entrambi i registri non vengono adeguatamente sviluppati. Guy Pearce recita col pilota automatico e Katie Holmes è solo leggermente al di sopra della sua media non eccelsa. Si salva Sally, bambina cupa, serissima, credibile. La regia di Nixey è troppo incerta per una produzione così importante, tecnicamente buona ma impersonale, scolastica. La tematica dell’ incubo infantile, ovviamente non nuova in del Toro, è qui trattata superficialmente, in una sceneggiatura dalla quale era lecito aspettarsi molto di più.
Un passo falso dunque, a livello di script e produzione,  per un regista che finora non era ancora caduto nella trappola del film noioso e scontato. Riguardo a Nixey, il compito è stato eseguito in maniera sufficiente ma nulla di più, quindi una grande occasione sprecata per un regista esordiente.
Perdonabile se ci si consola ripensando ai migliori del Toro, ma si attende la prossima prova.

Chiara Pani
(araknex@email.it)



Titolo Originale: Don't Be Afraid Of The Dark 
USA/ Australia/ Messico -2010
Regia: Troy Nixey











giovedì 5 gennaio 2012

Per le "Grandi Saghe" di Horror.it : Venerdì 13 (1980)


pubblicata su Horror.it:

http://www.horror.it/a/2012/01/venerdi-13-1980/



Venerdì 13  (1980)

Film a suo modo atipico, nel filone degli slasher movies, questo primo capitolo della lunga saga di Venerdì 13, firmato da Sean S. Cunningham, già produttore del cult “L’ Ultima Casa a Sinistra” (1972), di Wes Craven. Atipico, poiché segna la nascita di un “nuovo mostro”, senza mai mostrarlo. L’ icona Jason Voorhees, infatti, si manifesterà, così come noi la conosciamo, monolitica nella sua maschera da hockey, solo dal secondo film, il sequel  “Venerdì 13: L’ Assassino Ti Siede Accanto” (1981), per la regia di Steve Miner (qui nelle vesti di produttore associato) . Il primo capitolo narra la storia, l’antefatto, getta le basi per quella che diventerà una delle saghe più lunghe, e discontinue, della cinematografia orrorifica odierna. Pellicola dunque, assai più complessa di quel che possa sembrare a primo acchito, che acquista fascino se rivista dopo anni, e dopo gli innumerevoli e spesso inutili sequel; in realtà, la lunga serie non era nei progetti dei produttori della pellicola: Jason doveva solo essere una sorta di elemento accessorio nella trama, la motivazione a monte degli omicidi compiuti dalla madre, la folle Mrs. Voorhees.
Come molte pellicole dell’ epoca, venne girato in tempi brevissimi, 28 giorni, e con un budget basso, 550.000 dollari, registrando poi vertiginosi incassi al botteghino.
Il film segue dichiaratamente la scia del successo di “Halloween” di John Carpenter, per ammissione dello sceneggiatore Victor Miller: oltre che proseguire nell’ ottica slasher inaugurata dal capolavoro Carpenteriano, anche qui ritroviamo la soggettiva dell’ assassino, dunque la messa in moto del processo di identificazione da parte dello spettatore, in maniera meno raffinata rispetto al suo predecessore, ma in ogni caso efficace.
Gli effetti speciali sono opera del grande Tom Savini, chiamato dai produttori entusiasmati dal suo lavoro in “Dawn Of The Dead” di Romero: anche qui l’ artista dell‘ effetto gruesome non si smentisce, rendendo le uccisioni credibili, senza eccedere nello splatter.
Gli attori sono per lo più sconosciuti al grande pubblico, ad eccezione di Kevin Bacon, qui in una delle sue primissime pellicole: spontaneo il paragone con l’esordio di Johnny Depp in Nightmare, altra star lanciata da un horror low budget.
Il plot è semplice, nel suo seguire le linee guida di molti horror tradizionali ma al tempo stesso ridettandole: moltissimi slasher successivi infatti, si ispirano dichiaratamente a questo film, sia nell’ impianto narrativo che nelle ambientazioni; un capostipite dunque, spesso ingiustamente sottovalutato.
Il film è ambientato in un campeggio, l’ ormai famigerato Camp Crystal Lake (che nel doppiaggio  italiano diventa l’ improbabile “Campo Lago Cristallo”, spingendoci a chiederci perché gli adattatori dei dialoghi non riescano a cogliere il semplicissimo concetto di lasciare i nomi propri delle cose così come sono), e si apre con un flashback che ci riporta al 1958, con l’ uccisione di due ragazzi ospiti del campo. L’antefatto suggerisce ma non svela, gettando un’ aura macabra sul luogo, visto come maledetto e “jellato” dagli abitanti del paese vicino; la riapertura del campeggio, ad opera di  Steve Christy (Peter Brouwer) , è considerata un’ impresa folle e scellerata.
La lunga serie di uccisioni inizia quasi subito, a partire dalla ragazza che si sta recando a Crystal Lake per lavorare come cuoca (la stessa mansione ricoperta, anni prima, dalla Signora Voorhees), e passando in rassegna, uno alla volta, come in una macabra parata, gli ospiti del Camp, un gruppo di ragazzi anch’ essi andati lì per lavorare, poiché la struttura ancora non è stata inaugurata.
La tensione è alta, merito anche di una buona regia e di una sceneggiatura comunque efficace nella sua semplicità: il largo uso della soggettiva del killer ci mostra le vittime perennemente osservate, rendendo assai bene il senso di minaccia incombente, di presagio sinistro. Gli omicidi sono ripresi in modo originale (si pensi a quello del personaggio di Kevin Bacon, infilzato da sotto il letto, a suggerirci che l’assassino si trovava lì da chissà quanto tempo), e a volte con grande tecnica: l’ uccisione della ragazza in bagno, proprio nel momento in cui pensa che la sua paura sia solo autosuggestione, omicidio preannunciato dall’ ombra dell’ ascia alle sue spalle, e reso in maniera eccellente dal montaggio che alterna la messa in campo della morte all’ inquadratura del lampadario ciondolante, come ad illudere lo spettatore che nulla verrà mostrato, ma è illusione breve, poiché l’immagine dell’ ascia conficcata in pieno volto  si staglia rapida ed impietosa sullo schermo.
Ci sono i pattern tipici dell’ horror, ad esempio nella figura del pazzo del paese, Ralph, che si presenta al campeggio annunciando sciagure e morte certa, ed ovviamente non viene ascoltato. L’ uccisione dei protagonisti è spesso immediatamente successiva all’ atto sessuale, anche questo stereotipo della maggioranza delle produzioni horror degli anni ’80: come già detto in altre occasioni, sarebbe inutile e noioso perdersi in disquisizioni teoriche sull’ argomento. Va detto però che in questo caso il concetto è funzionale alla storia, poiché lo ritroviamo, a fine film, nelle parole della stessa signora Voorhees :”si erano distratti dalla sorveglianza perché stavano facendo l’ amore mentre quel povero bambino annegava”.
Proprio nel finale troviamo il nodo principale del plot, la spiegazione di ciò che è accaduto, non solo lo svelarsi dell’ identità del killer e le sue motivazioni ma anche un accenno a ciò che è avvenuto prima, e che segnerà lo svolgersi dei successivi capitoli della serie. Si getta dunque il seme per l’ intera saga, qui ancora più marcatamente rispetto alle altre produzioni seriali, poiché il protagonista non è ancora fisicamente presente bensì, come già detto, rappresenta soltanto un pretesto narrativo che acquisterà forma e forza nei film successivi. Ma è un pretesto fondamentale: Mrs Voorhees (interpretata da Betsy Palmer) è folle per la perdita del figlio, avvenuta nel 1958, anno dell’ antefatto mostrato a inizio film. Dalle sue parole, apprendiamo che Jason è annegato nel lago, poiché nessuno sorvegliava a dovere: la rabbia, il dolore, l’hanno resa ciò che è. Alcuni nodi fondamentali  ancora non ci vengono svelati, ed in questo il secondo capitolo può essere visto come necessario, per dare completezza alla storia (così come è avvenuto in “Halloween”: apprendiamo del legame parentale tra Laurie e Myers solo nel secondo film, e ciò spiega molto di ciò che nel primo era rimasto insoluto): elementi importanti come la macabra dinamica della morte di Jason e la sua condizione mentale restano per ora nascosti.
Questo importante sottotesto va molto al di là del prototipo slasher e di ciò che il povero Jason è diventato nei film successivi, ossia un personaggio ai limiti del ridicolo, che si limita ad ammazzare a colpi di machete, senza una spiegazione, spesso senza una trama degna di questo nome. Il seme della storia era dunque importante e assai ben congegnato: come troppo spesso accade nelle saghe filmiche, il tutto si è perso, rendendo Jason icona del genere anche nel senso negativo del termine, sterile prototipo del killer in maschera che agisce per vendetta in film che si basano solo sul bodycount, dunque sulla quantità di cadaveri accumulati nel corso della narrazione.
Il finale è inquietante (tra l’altro frutto di un’ idea di Tom Savini), non è smaccatamente aperto ma comunque non chiude definitivamente la storia. E’, a suo modo, ambiguo.
Importante la figura di Alice (una brava Adrienne King), unica sopravvissuta al massacro e anche lei, come la Laurie di Halloween e la Nancy di Nightmare, coraggiosa e giovane eroina che rappresenta la forza del Femminile, qui in lotta non contro un minaccioso Maschile bensì con l’altra faccia della stessa forza, ossia un Femminile deviato e reso folle dal desiderio di vendetta. Uno spunto assai interessante, purtroppo poco sviluppato.
Bellissimo e disturbante lo score musicale, ad opera di Harry Manfredini: un minimale vocalizzo con un effetto delay, che viene percepito come “chi chi chi, ha ha ha”, ma che in realtà, stando alle parole dello stesso compositore, suona come “ki ki ki, ma ma ma”, in richiamo al tormentone sonoro che sentiamo a fine film per bocca della Signora Voorhees, in originale “Kill kill kill, mom mom mom”, ossia quell’ inquietante “Uccidila mamma uccidila!” che la donna recita in falsetto, come se le parole del figlio morto uscissero dalle sue labbra.
Un film dunque importante, più di quanto comunemente si pensi; la percezione della pellicola da parte dello spettatore cambia con gli anni: visto in età adolescenziale molti significati non vengono colti, la visione in età adulta lo valorizza, e permette di comprenderlo in maniera più completa ed articolata. Un ottimo inizio successivamente svilito da un numero impressionante di seguiti (attualmente,la saga conta ben 10 film, più il divertente spin-off  “Freddy Vs Jason” ed il debolissimo remake del primo film, realizzato nel 2009 dall’ “operaio specializzato in rifacimenti” Marcus Nispel), che ancora una volta hanno spremuto il personaggio fino all’ osso, collocandolo nelle situazioni più improbabili, dall’ Inferno allo spazio. L’ ennesima lezione sull’ inutilità di collezionare sequel col solo fine di fare un po’ di bottino al box office, lezione che ovviamente non viene mai seguita a dovere. Perseverare, si sa, non è umano.

Chiara Pani
(araknex@email.it)



Titolo Originale: Friday The 13th  
USA - 1980
Regia: Sean S. Cunningham